Bias
Consumer Waste

/2016 - CD in oversize 7” sleeve

Through its focus on process and materiality, Bias opens the practice of sound ecology beyond the acoustic to consider the audibility of the chemical composition of soil. From scraps of muddied media buried across three sites in Austria, Greece and Italy, Lami crafts a series of melancholy studies which seem to question the inevitable legacy of human culture and industry in the geological strata.
Edition of 150 CDs packaged in oversize 7" sleeve, with 16 page risographed booklet featuring accompanying visual works by me and a commissioned text by Francesco Bergamo.

Artist Statement
The research I’m carrying on from years is a sort of investigation of sounds in-between sounds you can get if you put your focus on small sound-areas, details you can reach during the play, far away from the simple surface of sound. It's like “explode and explore” an instrument, a substrate, a device, or a mix of them, but first of all it's a matter of practice in itself. The magnetic tape is a substrate for rough, dirty and indefinite sound surfaces that evolve while time is passing, I just need to create the conditions to let it happen and to accelerate this process.
It’s like a garden, where everything grows by itself and you need to make just a few things, to see what is going to happen most of the time.

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Melancholy studies which seem to question the inevitable legacy of human culture and industry in the geological strata. Edition of 150 CDs packaged in oversize 7" sleeve, with 16 page risographed booklet featuring accompanying visual works by me and a commissioned text by F. Bergamo.

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reviews

Blow Up / 2016

Dopo l'indagine strumentale condotta in [mema verma], Giovanni Lami torna a cimentarsi con nastri magnetici e materiali assemblati nell'intorno tra analogico e digitale, pubblicando un lavoro di studio sulle dinamiche e sugli effetti di decomposizione fisica del suono. La ricerca dell'artista ravennate si focalizza questa volta su una serie di processi di deterioramento di agenti fisici ed ambientali che lentamente saturano lo spazio dell'ascolto. Attraverso il riciclo e riversamento di nastri "sepolti per mesi in diverse condizioni ambientali, facendo sì che il materiale ferromagnetico di supporto ed il supporto plastico stesso del nastro venissero degradati in modo totalmente imprevedibile ed irreversibile", Lami congegna sette tracce in cui l'ordito acustico è definito per sottrazione ed accumulo di oggetti sonori in progressivo disfacimento. Nello scalfire la superficie dell'ascolto per addentrarsi nei territori dell'"aesthetics of decay", questo lavoro porta in emersione un mondo sonicamente affascinante, fatto di crepitii, cupe risonanze ed echi profondi, che restituisce efficacemente il senso dell'immersività "fisica" dei processi sui quali l'intero lavoro è fondato. Nella ricerca di "rifiuti sonori", all'interno delle "zone liminali e grezze dell'ascolto", nei "processi di decomposizione", Lami riesce ad individuare ed illuminare spazi negletti, che vengono reimmessi nel circolo dell'ascolto come nuova, inattesa linfa. Il risultato è un processo generativo che, per usare le parole dello stesso autore, è assimilabile ad un giardino "dove tutto cresce e la maggior parte del tempo la si passa a contemplare il cambiamento". (8) Leandro Pisano.

Fluid Radio / 2016

Giovanni Lami is an Italian musician previously heard on the shruti box study "mema verma" and in the duo Lemures with Enrico Coniglio, among many other places. His new work for Consumer Waste, "Bias", involves material recorded to magnetic tape and then buried for a while, in a few different locations, before being dug up and reused. This approach is similar to that of Justin Wiggan’s "Dead Songs" project, for which numerous commercial vinyl records were buried, dug up several months later, and used as sound sources; Lami’s tapes were probably in the ground at the same time as Wiggan’s records. While the latter produced a cacophony of grubby noise as the needle cut through layers of baked-in dirt and remains of sleeves, the former give more muted witness to their ordeal, though some pathos inevitably still seeps through. The seven tracks on "Bias" present the faint ghosts of whatever was originally recorded to the buried tapes, plus plenty of hiss, crackle, pop, and distortion. On the opener KRR5, a tonal pattern is reduced to a slight gleaming or glimmering; at times a rumble barely louder than it threatens to overwhelm it. The brief INZZ gives perhaps the strongest sense of being underground, its dark low-level atmosphere disturbed by intermittent rushes of air. A low wind billows through PPK4, dragging a tangle of crackles and pings behind it, while noises resembling radio static fizz and pop with increasing agitation. It’s rarely clear to what extent the exhumed tapes are simply being played back without any supplementation or editing, and to what extent Lami is manipulating the sounds, perhaps by messing with the playback mechanisms. In any case, obvious intentional effects are avoided; rather, it’s the serendipitous material effects of burial upon the magnetic tape that is the focus of the album. It all ends up sounding like the earth it was buried in — a bit dark and dank — yet moments of beauty filter through despite, or perhaps because of, the intervention of natural processes. For me this most evident in PPK1, where a sound like the burning of distant rocket engines fills the room, intermittently highlighted by dull sparks of tone and quietly crescendoing rings. This music comes from the earth, but doesn’t always remain stuck to it.

Sodapop / 2016

Forse mai ci è capitato di trattare di un progetto simile a quello che Giovanni Lami ha elaborato per Bias, dove le registrazioni portano con sé tutta una serie di rimandi e associazioni mentali che ci conducono assai lontano dal semplice discorso sonoro che costituisce solo una delle molteplici dimensioni del lavoro. Conoscere le premesse è indispensabile per comprendere ciò di cui mi appresto a parlare: alcuni nastri magnetici non incisi sono stati sepolti sotto terra per qualche mese, in condizioni ambientali diverse; una volta riesumati sono stati messi in loop su alcuni registratori a bobine coadiuvati da quattro microfoni che hanno colto i rumori dei macchinari e dell’ambiente circostante, dando vita a tutta una serie di stratificazioni sonore (è consigliabile l’utilizzo delle cuffie). Il risultato si pone a metà strada fra field recording e musica concreta ma quello stilistico è un dato assolutamente superfluo; ciò che è realmente contenuto nei 32 minuti (divisi in sette tracce) di Bias è l’effetto del tempo solo apparente fermo della sepoltura che ha alterato i nastri sia a livello fisico che magnetico e della loro messa in opera, unitamente ai rumori ambientali percepiti dai microfoni e pochi campioni fortemente alterati: sono fruscii, sfregamenti, click di pulsanti, grattate… Il CD è così punto di arrivo di un processo che, va da sé, avrebbe potuto andare molto più in là ma per questo suo porsi fra l’inizio e l’ipotetica fine è un punto di partenza per una serie di riflessioni non scontate. Per Lami è questo un lavoro che ha a che fare con la memoria e il vuoto. Ipotizzo: alla memoria si collega per quanto anch’essa sia soggetta a degradarsi, perdersi e modificarsi, al vuoto (in realtà apparente) per quanto un nastro non inciso – almeno in maniera canonica – possa portare con sé suoni, suggestioni, indizi; ma forse il vuoto è anche il culmine a cui tende il processo di degradazione che qui vediamo ad un livello intermedio. Tuttavia gli spunti che un lavoro del genere propone sono molteplici: si può ragionare sulla natura di materiali e supporti, sul rapporto fra il nastro deperibile ma ricettivo finché esiste (in questo quasi organico) e l’eterno ma monouso CD o sul fatto che un trattamento non ortodosso abbia reso interessante la voce di qualcosa che altrimenti sarebbe stato muto, così come potrebbe essere interessante ascoltare e valutare il livello di alterazione che, a parità di tempo di occultamento, i diversi terreni causano ai nastri. Mi fermo qua per non partire per la tangente delle ipotesi interpretative più fantasiose, ma vorrei rubare poche righe per una nota a margine su un ulteriore livello di lettura: ascoltando Bias con orecchio meno analitico e più emozionale ho rivissuto una sensazione che forse la mia generazione è stata l’ultima a poter provare, il brivido di terrore che provoca il suono del nastro che si accartoccia nel walkman o nello stereo quando questi, per ragioni imperscrutabili, decidevano di divorarti la cassetta (magari originale!). Nella mia esperienza un suono di puro orrore. Tornando seri e concludendo, il discorso iniziato con questo lavoro è quanto mai aperto e in continuo sviluppo anche attraverso le performance che Lami porta in giro; lungi dall’essere una semplice curiosità o stranezza gratuita Bias è un work in progress che costringe a porsi interrogativi non da poco: più che un disco una macchina per pensare. Emiliano Zanotti

The New Noise / 2016

Dopo l’operazione svolta con uno shruti box che ha caratterizzato l’ultimo Mema Verma, Lami torna al maneggiare nastri e al processing. Ne ricava questa serie di registrazioni pubblicate da Consumer Waste, banalmente definibili come “materiche”, frutto di un’incessante opera di ricerca. Il discorso che si cela dietro Bias è cosi descritto dall’autore: alcuni nastri magnetici sono stati sepolti per mesi in diverse condizioni ambientali, facendo sì che il materiale ferromagnetico di supporto e il supporto plastico stesso del nastro venissero degradati in modo totalmente imprevedibile e irreversibile. Quei nastri poi sono stati “riciclati” e utilizzati su diversi registratori a bobina (principalmente un paio di Nagra IV-S/SJ). Questo per quanto riguarda le registrazioni. Al tutto va aggiunta una parte più “concettuale”, anche qui il musicista ravennate dice di essersi ispirato alla memoria e al vuoto. Cosa ne esce fuori? In sostanza si tratta di un’uscita che ha ben poco di musicale comunemente inteso, e molto di studio, nel senso più nobile del termine, semplificando: fate conto di star ad ascoltare una serie di movimenti crepitanti e sordi, come una sinfonia “terrigna”. Note sono poi le collaborazioni con artisti che operano più o meno nello stesso campo (con Enrico Coniglio nei Lemures e Shaun MacAlpine nei Terrapin) o le affinità, penso al lavoro di Valerio Tricoli. Se l’album precedente possedeva a suo modo una certa “musicalità”, un rilascio tensionale che trasportava l’ascoltatore da qualche parte per mezzo di sottili drone, con Bias l’effetto e l’obiettivo paiono piuttosto diversi: ci troviamo al cospetto di una sorta di library-music “concreta”, espressione dell’ambiente naturale, che diventa protagonista grazie alle modificazioni che Lami apporta alla materia trattata. Siccome trovo stimolante ascoltare un qualcosa che non è semplice e immediato da comprendere, devo ammettere che questo Bias centra l’obiettivo. Credo possa accadere altrettanto per l’ascoltatore più curioso.

Neural / 2017

Pubblicata dall’etichetta inglese Consumer Waste, quest’ultima uscita del ravennate Giovanni Lami – artista del suono e musicista a suo agio con paesaggi sonori e concetti di suono-ecologia – subito ci sorprende per l’esplorazione delle potenzialità timbriche dei nastri magnetici. Il tema ci riporta ad un’avanguardia vintage, essendo stati i registratori a nastro il medium d’elezione nella ricerca sonora per diversi decenni. Giovanni Lami inizia proprio da alcuni nastri magnetici, sepolti in tre siti diversi in Austria, Grecia e Italia: su questi scarti, riadattati e utilizzati su diversi registratori a nastro – principalmente un paio di Nagra IV-SJ – ricostruisce una crepitante, silenziosa e spuria narrazione. È stata proprio la terra fangosa che ha degradato in maniera fuzzy il materiale ferromagnetico e il supporto in plastica del nastro, sebbene non sappiamo esattamente – perfino consultando il booklet allegato – se l’autore abbia assemblato molte registrazioni o se abbia manipolato quei reperti in modo rispettosamente “autoctono” (elaborando cioè precisi montaggi da nastri che provengono solo da uno specifico dissotterramento). Nelle sedici pagine del risographed booklet invece – risograph è un sistema di stampa digitale ad alta velocità che fu creato negli anni ottanta principalmente per grandi volumi di fotocopie e stampa ­– fanno bella mostra gli stilizzati scatti dell’autore, anche fotografo, immagini alle quali sono accompagnati i lapidari ma ieratici testi di Francesco Bergamo. “Queste matasse imprevedibili tessiture polifoniche che si svolgono contro la pace del respiro” dice Bergamo, ed in ognuno dei suoi testi ci sono più parole cancellate ad arte che non siamo riusciti a distinguere. Forse in questo risiede gran parte della poesia dell’intera opera, non solo quello che ci è dato percepire ma quello che non è più riconoscibile, quello che è andato perso, che è consunto e svilito, parte della vera natura di tutte le rappresentazioni: “resti” che “non sono più umani che animali, radici, piante, minerali”, rovine della modernità e del decadimento qui voltate in una dimensione parallela di suoni. (Aurelio Cianciotta)

Chain DLK / 2016

Bias is something that could be called as "documentary release" as, instead of being a traditionally composed music, it's a sonic document of a physical artifact. The basic material of this release are tapes buried to alter their chemical composition so, in a certain perspective, were ruined or degraded. When the role of the tape is the recording a sonic source that has to be faithfully reproduced, how has to sound if tape is the source in itself? GIovanni Lami answers this question using tape players as projectors without a visible film. The original recording of "KRR5" could be a gentle soundscape but it now a representation of bits of music buried upon hisses and noises and a vague background noise. "BHHH" became a deconstructed piece of music, "INZZ" a dark interlude based on a drone able to let the noises act the sudden noise of an horror film which alarm the listener. "PPK1" is a piece based on a sort of foreground noise above which there's the phantom of the recording. "PPK4" starts with a quiet background noise and ends with an high pitch noise. "PPK2" sounds almost as an avant dark ambient track as it's the clearer recording of this release. "LRR3" closes this release with a dialectic between quieter moments and noisier ones where the degradation of the tape is more evident. An evidently courageous release where there's the search of a personal sound dealing with the concept of legacy and degradation as an inevitable aspect of time, and life. The audible result of this process questions how a culture based on progress could deal with his past and shows the paradox that the medium with the higher fidelity is perfect to reproduce noise as it was music. An excellent release and a work of art.

Rumore / 2016

Mentre scrivo Giovanni Lami si accinge a suonare al Transmissions Festival e al Node. Bias è uscito da quasi 8 mesi ed è un lavoro complesso, quindi coraggiosissimo, sulla memoria e sul vuoto: alcuni nastri magnetici sono stati sepolti per mesi in diverse condizioni ambientali, facendo sì che il materiale ferromagnetico di supporto e il supporto plastico stesso del nastro venissero degradati in modo totalmente imprevedibile e irreversibile. Quei nastri poi sono stati riciclati e utilizzati su diversi registratori a bobina. Riducendo la complessità e semplificando le parole di Maurizio Inchingoli: una sorta di library-music concreta, espressione dell'ambiente naturale, che diventa protagonista grazie alle modificazioni che Lami apporta alla materia trattata. (Marco Pecorari)

Vital Weekly / 2016

Here's a new work by Giovanni Lami, a follow up to his LP 'Mema Verma' (see Vital Weekly 946) and split 7" with Nicola Ratti (see Vital Weekly 951) and again he offers music with a strong conceptual edge. On his LP he used sampled from reeds of a shruti box, and this time around he uses sounds that were recorded on magnetic tape, which was then buried in muddy earth (I assume for some time) and then dug up and played. Soils used were to be found in Austria, Greece and Italy — not that there is an indication on the cover which piece of music was buried in which soil, or if perhaps the pieces on this release are a collage of various excavations. This kind of weather influenced music I always find fascinating — well actually, all sorts of art that uses these influences. Something that is also not mentioned on the cover is what Lami recorded on these tapes. If anything at all; maybe he just buried some cassettes from his favourite (dead?) rock heroes and see what kind of transformations that would result in. Maybe he just buried blank cassettes and used these to record his music on? Somehow I would think this has all to do with sound material of his own creation. The seven pieces that are the results of this gardening job sound quite fascinating, I must say. There is, I'd say, obviously, an element of darkness in these pieces, but I guess you expected that already. In each of these there are a few dark rumbles to be noted, which push away any of the original sound that was on the tape. Sometimes this sounds like a recording of music in a restaurant (such as in 'KRR5') or the manipulation of acoustic objects, such as in 'LLR3'. Sometimes the actual playback of a tape causes some irregularities ('BHH1'), shifting back and forth in changing speeds, thus adding another kind of processing. It is of course the concept here that adds to the fun — the idea itself is very important to 'understand' what you are hearing, but I think even without knowing that I would still be very pleased with this. The regeneration of lo-fi sounds, taped on cassettes and played back from them, the low resolution of the noise, it all makes up for some truly fascinating music. This is an excellent dig — pun intended. (FdW)

Musica Elettronica / 2016

[Abbiamo intervistato il musicista e sound artist Giovanni Lami (Ravenna, 1978) in occasione della pubblicazione del nuovo album Bias per l’etichetta inglese Consumer Waste, prevista per il mese di aprile. Il lavoro, focalizzato sull’esplorazione delle possibilità timbriche del nastro magnetico, uscirà in formato CD in edizione limitata contenente un libretto di 16 pagine con grafiche di Giovanni Lami e un intervento di Francesco Bergamo.] Nel tuo percorso musicale hai utilizzato una varietà di sorgenti sonore differenti, penso ad esempio ai field recordings con Enrico Coniglio, alla shruti box (con i suoi suoni propri e impropri) in Mema Verma e nel nuovo progetto al nastro magnetico con l’utilizzo di registratori a bobina, mantenendo però sempre un approccio alla materia sonora che ha reso riconoscibile il tuo linguaggio. Ci puoi parlare di quali sono le qualità che ti interessano in una sorgente sonora e come sei arrivato alla realizzazione di questo nuovo lavoro? GIOVANNI LAMI: Mi interessa esplorare a fondo le caratteristiche sonore e strutturali di tutti i mezzi che utilizzo. Penso che alcuni strumenti tradizionali siano stati abbastanza sviscerati attraverso gli approcci più diversi (si pensi al pianoforte, alla chitarra, al violoncello, alla tromba, etc.), ma ognuno ha intrinseche caratteristiche che possono essere portate alla luce attraverso un uso non convenzionale, ed è proprio in quella “piega” che va ad innestarsi la mia ricerca. Ciò che sto portando avanti da anni è una sorta di indagine all’interno di piccolissime aree sonore, dove ogni volta cambiano modalità, espressione e tipo di esecuzione (legate ai singoli strumenti), ma non l’idea alla base, cioè ottenere una sorta di strato multiplo di dettagli raggiungibili solo durante la pratica, lontani dell’uso canonico del mezzo. È come “far esplodere ed esplorare” uno strumento, un substrato, o l’insieme dei due. Ci puoi illustrare cosa utilizzi e com’è strutturato il set che hai impiegato per questo nuovo lavoro? G.L.: È una ricerca iniziata tra giugno e luglio 2015 attraverso alcune residenze: la prima in Austria all’Hotel Pupik (luogo attivo da oltre vent’anni, nei boschi della Stiria), la seconda in Grecia sull’isola di Syros (assieme a Michael Pisaro e Deborah Stratman), la terza a Forte Marghera, nella laguna veneta. Concettualmente, è un progetto collegato alla memoria e al vuoto. Di fatto, alcuni nastri magnetici sono stati sepolti per mesi in diverse condizioni ambientali, facendo sì che il materiale ferromagnetico di supporto ed il supporto plastico stesso del nastro venissero degradati in modo totalmente imprevedibile ed irreversibile. Quei nastri sono stati poi “riciclati” e utilizzati su diversi registratori a bobina (principalmente un paio di Nagra IV-S/SJ), andando ad “appoggiare” tutto lo sviluppo del lavoro sull’aumento del rumore di fondo causato dalla degradazione degli agenti ambientali, inserendo nei lunghi loop (uno almeno penetra sempre parte dell’ambiente ed è messo in tensione da diversi stativi) i suoni dei registratori, dei nastri, di lamelle e di piccoli oggetti catturati da quattro microfoni, oltre a pochissimi campioni (principalmente piccoli frammenti di cori registrati in Grecia totalmente deformati), restando sempre in una zona grigia di confine sonoro dove ogni piccolo evento colpisce ed influenza tutti gli altri in un cambiamento incessante. È un approccio molto statico e lento all’utilizzo del nastro magnetico, per nulla muscolare. La presentazione mi vede sempre interagire ininterrottamente con lo spazio ospitante, prima attraverso un sopralluogo per disporre al meglio i punti di diffusione e comprendere le risonanze proprie del luogo poi, durante il concerto, invadendo parte dell’ambiente con alcuni nastri magnetici molto lunghi. In più l’esecuzione non sarà mai frontale ed il pubblico potrà decidere liberamente dove collocarsi se l’ambiente lo permette. Hai un background come fotografo e artista visivo, come ti sei avvicinato alla ricerca sonora e come il tuo retaggio influenza la tua esperienza musicale? G.L.: Penso sia stata naturale la transizione all’interno del field recording non appena decisi di abbandonare la fotografia, in qualche modo era generata dallo stesso tipo di interesse verso il mondo circostante, semplicemente facendo uso di un altro mezzo ed un altro tipo di percezione. Sicuramente il mio percorso all’interno delle arti visive ha avuto un peso, ma credo sia successo soprattutto in un primo momento, non sarebbe potuto essere che così, continuo ad avere un rapporto molto altalenante e contraddittorio con le immagini fotografiche in particolare. Sei membro di Auna, realtà che riunisce alcuni dei più interessanti personaggi attivi nella ricerca elettroacustica della scena musicale italiana e non solo che condividono, pur nelle differenze, un approccio estetico comune. Com’è nata quest’esperienza? G.L.: Sinceramente, ora a distanza di anni, non ricordo come sia nata… Semplicemente credo sia stato un bisogno comune, portato alla luce e condiviso. Inizialmente abbiamo fatto un paio di incontri tra noi – chiusi – per il gusto di incrociare idee, confrontarsi e suonare in una forma molto libera senza doversi misurare con un pubblico. In un secondo momento si è aggiunta la possibilità di aprire ad ascoltatori “l’esito” di queste sessioni, alla sera. In questa forma sono state strutturate tre rassegne: purtroppo l’ultima, causa maltempo (allagamento di Milano ed anche dello spazio che ci ospitava), oltre ad essere stata completamente castrata ha atterrato molto le energie (e ti assicuro che quelle in gioco erano molte, soprattutto per chi si prendeva l’impegno di organizzare) per lo sviluppo futuro di questa proposta. Purtroppo ad oggi non abbiamo più parlato della possibilità di riproporre Auna, però quell’esperienza è stata fondamentale per approfondire soprattutto i rapporti umani, più che musicali, che non si sono persi anzi, sono sempre molto saldi nonostante (con alcuni) la lontananza geografica. Ci puoi parlare di qualche compositore o musicista elettronico, della tradizione colta e non, che ha influenzato il tuo modo di approcciarti all’esplorazione sonora? G.L.: No, non te ne parlerò, ti scrivo invece gli artisti (una manciata) presenti sul mio iPhone oggi: Ahnnu, Andrea Penso, Angel Olsen, Anthony Child, Bruno Guastalla, Carlos Casas, Dan Gibson, David Toop, Dj ???, FKA Twigs, Ghédalia Tezartès, Graham Lambkin, Matthew P. Hopkins, Michael Pisaro, Miriam Burton, Nobuto Suda, Oneohtrix Point Never, Patrick Farmer, Paul Whitty, Radio Cegeste (Sally Ann McIntyre), Rupert Clervaux & Beatrice Dillon, Sarah Hughes, Steve Duglas.