मेम वेर्म
Kohlhaas

/2014

मेम वेर्म [mema verma] is the final step of a study about an indian shruti box G (low) tuned, mostly used without emitting any note (as in the first two tracks, [kīṭa gīta] and [sautāceta]), sampling and processing the breaths, whistles and noise produced by the reeds. The third track, [annīgā śūnyatā], is the only one in which the shruti is played in a more standard way, as well as its sound was recorded through a set of very old mid-range speakers, later sampled and processed.
मेम वेर्म [mema verma] comes in a limited edition 12’’ LP mastered by Giuseppe Ielasi, featuring the artwork by Dead Meat, hand screenprinted by CORPOC.

Edition of 300 copies.

A study about an indian shruti box G (low) tuned, mostly used without emitting any note, sampling and processing the breaths, whistles and noise produced by the reeds. Limited edition 12’’ LP mastered by Giuseppe Ielasi, featuring artwork by Dead Meat, hand screen-printed by CORPOC.

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reviews

The New Noise / 2014

Esteriormente e interiormente ispirato alla cultura indiana, [mema verma] di Giovanni Lami si presenta subito – tramite i suoni/non-suoni dello shruti box – come un viaggio trascendentale e spirituale verso orizzonti sconosciuti. Composto e registrato nella primavera del 2011, mema verma è rimasto chiuso in un cassetto per ben due anni, per poi essere riportato alla luce nel 2013, come un tesoro nascosto destinato ad essere ritrovato. Questo disco, infatti, meritava di uscire allo scoperto perché non è un disco come tanti, ma come pochi. L’lp, dopo essere stato stampato nell’edizione limitata di 300 copie dalla Handle With Care di Berlino, è uscito il 23 maggio per l’etichetta trentina Kohlhaas. Diverso da tutti i lavori finalizzati o pubblicati prima da Lami, [mema verma] è il frutto di collaborazioni interessanti, che hanno rafforzato le idee alla base del lavoro: Giuseppe Ielasi si è occupato della masterizzazione del disco, Giovanni Battista De Pol/Dead Meat ha curato tutta la parte grafica del package, CORPOC ne ha realizzato le stampe serigrafiche, Natália Trejbalová, infine, ha appositamente creato i visual per il live, cercando di mantenere il rimando alla scrittura sanscrita che sta alla base del progetto ed è di importanza rilevante fin dalla copertina. Quest’ultima, infatti, presenta uno sfondo bianco su cui appare la scritta rossa, che – con la prima parola sopra e la seconda capovolta e rovesciata sotto – è la traslitterazione in sanscrito delle parole “mema verma”. Che cosa significano? In realtà non significano niente. Come c’è scritto pure su Bandcamp, sono una sorta di “grammelot” senza senso (ossia intreccio di lingue/dialetti e parole inventate), privo di significato ma di gran gusto estetico. Non solo il titolo dell’album, ma anche i nomi delle tracce, pur essendo tutte parole collegate al linguaggio indiano, sono inventati e non esistono né in Hindi o Bengali, né in altri linguaggi territoriali, eccetto il primo pezzo [kita gita], che significa “la canzone dell’insetto”. Questo nonsense esterno del significante e del significato rispecchia il nonsense interno della composizione: un senso estraneo alla tradizione, ma radicato nell’elettroacustica e in quella pasta sonora di cui si occupa Lami stesso. Senza un senso tradizionale, le registrazioni grezze di mema verma si sviluppano attorno allo shruti box, strumento indiano fatto di legno e con un mantice simile a quello della fisarmonica, che viene suonato da Lami senza emettere alcuna nota, o meglio senza produrre gli armonici che gli sono propri, mantenendo dunque un’intonazione più bassa rispetto agli standard tradizionali. Snaturato, quindi, è come se venisse suonato senza essere suonato, anche se in realtà bisogna continuamente pompare i battiti prodotti dal suo mantice quando soffia. L’originalità sta proprio in quest’utilizzo non ortodosso, che non gli fa fare più semplicemente da accompagnamento musicale come nella tradizione indiana, ma lo eleva a strumento principe. Sono pochi, infatti, i campionamenti fatti al pc, contenenti comunque i soffi e i fischi generati dalle ance e dal corpo stesso dell’oggetto. Inizialmente lo shruti box e il rumore bianco prevalente si confondono: questo fa sì che l’atmosfera si tinga fin da subito di un colore scuro, intriso di una spiritualità molto profonda, se non addirittura ultraterrena. Poi, però, il primo prende il sopravvento e i suoi suoni diventano sempre più rarefatti e corrotti, fino a creare nell’ultimo pezzo un drone grezzo e quasi statico, che dà l’idea di un qualcosa che si deteriora. Al primo ascolto, coi suoi mille suoni-non suoni e le sue mille gradazioni/sfumature, mema verma può scatenare anche reazioni contrarie, ma alla seconda o alla terza riproduzione, nulla sembrerà più come prima. È come se i contenuti acustici di questo disco mutassero a più livelli: se fossero degli oggetti, ad esempio, sarebbero rotti in mille pezzi; se fossero dei colori, invece, presenterebbero diversi valori di gamma; se fossero delle immagini, infine, avrebbero i pixel danneggiati. Come un video di Ryan Trecartin o un film di David Lynch, mema verma riesce a trasformare l’immaginazione in realtà e la realtà in immaginazione. Non basta dunque ascoltare questo disco una volta soltanto, non perché sia troppo difficile da comprendere, piuttosto perché è in continua evoluzione e sembra non avere una fine anche dopo la sua conclusione. [mema verma] è già rimasto chiuso in un cassetto per ben due anni: non merita di rimanere là dentro un secondo di più. Laura Misuraca

a closer listen / 2014

Utilizing unintentional and incidental sounds produced with a shruti box, the latest solo work from Giovanni Lami is conceptually coherent and carefully arranged. In the past, we’ve covered his work as half of Terrapin (with Shaun McAlpine) and Lemures (with Enrico Coniglio), as well as an album of field-recordings from an industrial harbor. Though quite different from one another, Lami’s work tends to situate itself somewhere in a tradition of drone and electro-acoustic compositions utilizing extensive use of field-recordings. Similar techniques are at work here but the added tactility of an acoustic instrument means Mema Verma is by comparison a more personal work, and one that is ultimately more cathartic. Lami is an electronic musician, and though he hasn’t abandoned signal processing his extended study of the shruti box has culminated in a very unique record. But first, “what is a shruti box?” I hear some of you asking. More portable than their cousin the harmonium, a shruti box operates according to a similar principle. A bellows is pumped to drive air through reeds to produce a drone, with keys that can be manipulated to alter the tuning. They are usually meant to create a drone to be accompanied by flute or chants in Indian music. Electroacoustic manipulation in itself is certainly nothing new, nor is “extended technique” of an acoustic instrument. What sets Mema Verma apart is Lami’s approach, which is consistent with the techniques and idioms he’s developed throughout his earlier work. In Lemures Lami manipulates fragments of field-recordings in real-time to produce what are often very dense compositions suggesting drone music despite not utilizing conventional tones or sustained notes. In other instances his work seems more a product of the studio, a result of careful editing and composition. Interestingly, Lami seems to be searching for a way to split the difference. Recorded two years ago but re-worked more recently when trying to devise a new live-set this past winter, the work has taken on added significance for Lami, transforming and translating his own personal experiences over this time in tandem with the evolution of the material. As you can see from the videos below, the resulting live manifestation has been successful, but the conceptual rigor of the physical release is worth special attention. The title itself is gibberish, a grammelot with no particular meaning. Popularized in the 1960’s by the anarchist (and Nobel Prize winning) playwright Dario Fo, a grammelot is a kind of satirical language used in theater relying on puns and wordplay. Though the album and song titles may at first appear to have some hidden significance, they aren’t in fact actual words. (Except for the title of the first track, “kita gita,” which means bug song, but whose internal rhyme is consistent with the kinds of word play associated with a grammelot.) One might think that Lami is joking around, or otherwise making a statement about the impossibility of communication or the frustration of true communion. I prefer to imagine that Mema Verma is a call to pay attention to the beauty of the sound itself rather than getting distracted by an attempt to decode some hidden message. Though this shruti box is tuned to a low G (like a harmonica, they come in different tunings) there is very little of the box being played conventionally. The two tracks on the A-side, “kita gita” and “sautaceta,” are composed of processed knocks, breaths, whistles and clicks; the shruti box is never conventionally sounded. Lami teases and coaxes a variety of sounds through manipulating the keys and reeds and otherwise doing everything he can with the shruti box besides playing it conventionally. Well-acquainted with the possibilities of the instrument, he treats it as a physical bank of sound-samples, which are then processed and further manipulated. Despite the origin of the sounds, the resulting compositions sit comfortably within his larger body of work. Most drones are one or more pitches sustained for a long-period of time, and changes often occur very gradually as subtle rumbling pulses waiver or high-end overtones interact in unusual ways. Lami’s shruti noises instead build in density, until the almost claustrophobic layers gradually attain the status of concrete-drone. The entire record is a metamorphosis of the same idea, as the concrete sounds of the A-side give way to the drone of the shruti box finally actualized on the B-side. When on “anniga sunyata” we finally hear the drone of the shruti box, the feeling is one of catharthis. The recordings of the box were played back through a cheap old mid-range speaker, further filtering the color of the drone. Both sides are masterful explorations of the blurred sonic spaces of concrete sounds and electronic processing. Available digitally, I’d encourage interested listeners to pick up a copy of the limited 12”, which is quite stunning. The third release on the new Italian label Kohlhaas, the record itself features a text-less black label on black vinyl, making it difficult to know which side is being played (without squinting in the light to read the tiny scratches on the inner ring). This is especially interesting as the A-side is cut at 33rpm and the B-side at 45rpm. Mastered by Giuseppe Ielasi and cut by SST, the record sounds pristine. Designed by DEADMEAT and screen-printed by CORPOC, the artwork will give you something nice to puzzle over while getting lost in Giovanni Lami’s most personal work yet. Joseph Sannicandro

SentireAscoltare / 2014

[mema verma] è il nuovo lavoro di Giovanni Lami, compositore del giro AIPS e già noto da queste parti per il lavoro come Terrapin in coppia con l’americano Shaun McAlpine (uscito per Fratto9). Ora Lami torna con un lavoro particolare, edito in vinile limitato a 300 copie e serigrafato da CorpoC, in cui lavora di modificazione e processing digitale su un solo strumento acustico: uno shruti box su cui ci si è concentati campionando e riprogrammando soffi, fischi, rumori prodotti dallo strumento, al fine di annullare via via il suono in favore di un droning (e)statico. L’album, il cui mastering è opera di Giuseppe Ielasi, uscirà a fine maggio per Kohlhaas e SENTIREASCOLTARE ve lo offre in anteprima nella pagina dedicata. Stefano Pifferi

Sound and Silence / 2014

La busta che racchiude questo vinile fa pensare a Keiji Haino, seppure il bianco latte dello sfondo non sia proprio usuale nella sua produzione, ma le note che accompagnano il disco mettono presto le cose nella giusta luce: il bel geroglifico che si lascia ammirare non è affatto in caratteri giapponesi bensì si tratta di scrittura sanscrita, seppure si tratti di un assemblaggio di termini volutamente privi di significato. Il bel cartoncino che si trova all’interno della busta rimette le cose in ordine, almeno in senso keijiano, con i bei graffiti rossi, su sfondo totalmente nero. E il nero, ad esclusione della busta esterna, è comunque il colore che domina tutto il disco. Fonte dei suoni è uno shruti box - nella presskit ci informano che ha un’intonazione più bassa rispetto alle tradizionali versioni indiane dello strumento - ma le registrazioni grezze sono poi state sottoposte a un’elaborazione digitale. I due titoli del lato A (da ascoltare a 33 giri) sono più rumorosi, composti essenzialmente da suoni che confondono le idee creando un senso di frantumazione, laddove si tratta invece di ricomposizione. Il primo dei due tende più a sonorità grumose e/o dark-ambient mentre il secondo si distende a ricordare le più classiche tempeste elettro-acustiche. Giovanni Lami non è però uno spaccamattoni, tipo F.M. Einheit, ma è un costruttore che, pietra dopo pietra, finisce per dare spago allo splendido bordone del secondo lato (da ascoltare a 46 giri), un continuum simil-organo o aimil-harmonium. Si tratta di una musica essenzialmente minimale e minimalmente essenziale, a partire dalla strumentazione utilizzata per finire con l’organizzazione ultima dei suoni. [mema verma] è parzialmente in linea con le produzioni discografiche di questa fase storica, dove la particolarità della confezione e dell’oggetto sembra più importante dei contenuti musicali, ma nel suo caso la qualità della musica proposta rispetta la bellezza dell'aspetto esteriore. Il risultato è un LP diretto sia ai collezionisti di vinile sia agli ascoltatori particolarmente avventurosi e raffinati. Chi ha buon orecchie ne tragga le conseguenze.

Carnage news / 2014

Essenziale, circoscritto, analitico, concettuale, pura forma acustica. Giovanni Lami dedica un intero studio all’utilizzo di un solo strumento: “uno shruti box con intonazione più bassa rispetto ai tradizionali indiani è principalmente usato senza emettere alcuna nota, ma campionando l’elaborazione dei soffi, dei fischi e rumori generati dalle ance e dal corpo stesso”. Lami mette in guardia con semplici parole razionali nel comunicato stampa del suo disco. Allontana l’ascoltatore, lo prepara a qualcosa che sta appena prima dell’elaborazione auscultante, dell’abitudine, dell’armamentario uditivo normale, ma nel contempo invita chi sta al di qua della produzione musicale col titolo in sanscrito [mema verma] che non significa nulla, puro suono, flatus vocis, un “grammelot”, come lo definisce Lami stesso). La materialità della sorgente sonora si sfibra diventando sempre più intellegibile (verrebbe da usare il termine antipatico “noumenico”, calzante, per definire ociò che sta oltre il fenomenico, il sensibile) e nonostante tutto rimane esperibile. Le tracce che compongono il disco sono tre: [kita gita], [sautaceta], [anniga sunyata] (l’alfabeto non rispetta la grammatica originale del disco). Ronzii di fondo, onde che si sormontano nel primo capitolo, fruscii e colpi nel secondo con evoluzioni risonanti, ai limiti dell’angelico, droni in espansione nel terzo, come prove d’orchestra prima dell’effettivo concerto: una breve descrizione che nemmeno lontanamente si avvicina alla realtà del disco, e di questo vi chiedo scusa. Ma Mema verma, così come concepito, chiude a sé il proprio universo, barricandosi ai limiti dell’apofatico – e questa è grossa parte del suo fascino, come la specifica della velocità delle tracce contenute nel vinile (33 RPM per le prime due e 45 RPM per l’ultima; 300 le copie fisiche disponibili). Giovanni Lami (1978) è un field recordist e musicista che lavora all’interno del soundscape della ricerca elettroacustica e della sound-ecology. Con una numerosa produzione alle spalle, non solo come musicista, ma anche come fotografo, con un’invidiabile curriculum di live per il mondo, il Nostro ci fa esplorare il limite dell’acustico, dell’udibile, molto prima del musicale – che poi si sancisca che cosa sta prima e oltre ciò che può essere definito musica, non è affar mio, è una costruzione culturale, un retaggio, un’eredità e una maturità che ognuno coltiva in maniera propria, in barba al cosiddetto “pensiero collettivo”. Insomma, propongo l’invito: “ascolta questo”. Riccardo Gorone

Rumore / 2014

[...] E, giusto per ribadire, spostandoci nella medesima direzione ma passando dall'asse temporale a quello spaziale: persistiamo nella scelta di field sonoro e attitudinale di voler stare con i musicisti post-salgariani che stanno in compagnia delle Indie piuttosto che accompagnarci ai Capitan-Fracassa della compagnia delle indie italiote. Spazio quindi a musicisti-musicologi come Giovanni Lami che, con il 12" Mema Verma, rende una nuova testimonianza del suo moto perpetuo di luogo sonoro in luogo sonoro. Il disco si focalizza sulle sperimentazioni non convenzionali legate ad uno strumento indiano, lo shruti-box, e allo spaesamento acustico da esse prodotte: un disco ostico ma anche gnostico (semicit.) che proprio per questo ci piace. Marco Pecorari

Blow Up / 2014

Costruito come un lavoro di indagine acustica attorno ad uno strumento unico, processato digitalmente, [mema verma] è la testimonianza dell'immersione dell'autore in un continuum in cui il suono assume molteplici declinazioni nella scala di gradazione tra pieno e vuoto assoluto, tra spessore materico ed ineffabilità dronica. L'oggetto sonoro attorno al quale si costruisce quest'esperienza acustica è uno shruti box con intonazione più bassa rispetto ai tradizionali indiani, che viene esplorato quasi sempre senza l'emissione di note, ma restituendo le risonanze, i soffi, i sibili, gli echi delle ance e del corpo dello strumento. Nelle tre tracce del disco, il rapporto tra costituente strumentale e componente dronica evolve dal perfetto equilibrio iniziale verso una progressiva dissolvenza del rumore in una rarefazione che tende all'inerzia, nei minuti finali, attraverso un climax atmosferico di particolare suggestione. "Avevo davvero voglia di provare a scardinare l'immaginario legato all'elettroacustica in generale, o a questo tipo di ricerca sonora, considerata dalle masse così inaffrontabile, scura", ha dichiarato recentemente Lami. La sensazione è che quest'album, nella sua immediatezza poetica, nel suo saper raccontare di "dettagli in mutazione", nella sua capacità di "spostamento dei piani", non solo nel suono ma anche nelle forme, riesca a restituire all'ascoltatore l'impressione di linearità e luminosità che è alla base del processo di ricerca estetica e sonora messa in atto dal compositore ravennate. Leandro Pisano